Arca - Mutant



Arca

Mutant

Mute Records

STUMM386


published:

20 novembre 2015

 


Rilasciato su Mute Records, “Mutant” è il nuovo disco di Arca, l’artista venezuelano con base a Londra venuto alla ribalta su tutte le riviste specializzate di musica grazie al suo lavoro di coproduzione, con l’innesto del suo virus sonoro nella stagione hip hop e R&B (Kanye West, FKA twigs, Kelela), con “Xen” e il lavoro accanto a Björk nel processo lenitivo di “Vulnicura”; ma anche forte di una presenza in un ambiente extra musicale come quello della moda, con la sua partecipazione alle sfilate per il marchio Hood by Air con il mixato “Sheep”, di cui alcune tracce ritornano in questo “Mutant”.

Se “Xen” è stato il suo alter ego ideale, “Mutant” sembra srotolarsi come «una lunga esperienza autobiografica totale e totalizzante, come venti preludi di spaventosa avvenenza in dialogo con se stessi, il proprio passato, la propria identità, ma soprattutto l’ideale mutazione finale, l’estensione del proprio io che si realizza solo in musica o attraverso le renderizzazioni immaginifiche personali o dell’amico Jesse Kanda» (da TOH! N.23); immaginario visivo che poi è passato anche attraverso le visioni del compagno, il fotografo Daniel Sannwald, nel videoclip per “Vanity”, in un approccio estemporaneo che sembra animare tutto il nuovo corso, da “En“, “Soichiro” e l’ultimo “Front Load”.

Alcuni elementi del disco precedente permangono, la «bellezza misteriosa, che rifiuta la narrazione stemperandosi su uno spettro cromatico di immersioni e rifrazioni in grotte acquatiche ed emozionali, un distillato di decadenza sofisticata» (cfr. “Xen“), un corpus elettronico totalmente fluido e personale, oggi ancora più esasperato e trasfigurato, dove risulta spesso quasi impossibile risalire alla matrice sonora originaria, in un gioco di forti contrasti tra l’orrore e il concetto ideale di bellezza; così come testimonia la nera mostruosità della title track, con i suoi risvolti su stucchevoli cascate floreali che sbocciano e appassiscono in un time lapse, come le blu fragranze orientali di “Vanity” o la straordinaria ode a Jesse Kanda, “Soichiro”. Così, ogni singolo episodio di “Mutant” racchiude un cromatismo differente, o almeno si possono raggruppare per gruppi cromatici, affinità sonore e sinestetiche. Ma del resto anche i titoli sono evocativi, dai rimandi molto forti, viscerali, capitoli di un’immaginaria autobiografia accennata o richiami alle persone importanti, gli affetti.

Dal punto di vista strettamente musicale, nei venti episodi del disco, seppur deformati e mutanti, Arca non rinuncia agli aspetti già esplorati nei dischi precedenti, come gli episodi glitch hop e wonky (“Snakes”, “Front Load” e “Enveloped”), non dimentica la sua formazione classica (con i richiami ai preludi di Chopin o al vulcanico Xenakis), l’evocazione di una dimensione da camera, le purezze di piano (“Else”) o le note ancestrali pizzicate fuori dal tempo (“Sever” e il Rachmaninov di “Gratitud”). E poi c’è tutto l’immaginario cinematografico e alieno, che tanto piacerebbe al Jonathan Glazer di “Under the Skin” (“Beacon”), ancora rimandi ad Aphex Twin, alcuni episodi tra il carnevalesco e l’abrasivo (“Anger”), il funk percussivo (“Umbilical”) e la creazione di maestose volumetrie d’aria, tra tessiture ambient e progressive, tra Tim Hecker e Oneohtrix Point Never (“Hymn”, “Extent” e “Faggot”).

Ma la disamina dei singoli episodi passa in secondo piano di fronte alla capacità di Arca di rielaborare secondo la propria estetica un’infinità di elementi e generi in virtù di una vena autoriale molto forte - pensiamo alla riconoscibilità delle sue melodie che accostano partizioni di registri molto bassi a quelli sovracuti, stridenti. “Mutant” si pone così come un ascolto obbligato, come autentico esempio di musica elettronica dei giorni nostri, indissolubile dal suo artefice; un’estensione di colore forte, materico, abrasivo e poi liquido e intorpidito, ma sempre infinitamente mutevole. Un disco a cui accostarsi con molta pazienza, poiché articolato, ma per nulla ripiegato su se stesso, anzi accogliente, così che ciascuno, ad ogni ascolto, possa cogliere preziose sfumature inedite, a proposito di Alejandro Ghersi, o magari di se stesso.