Interview with Noah Pred: an old glory from the future

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Il veterano dei party canadesi si sveste dell’oro colato guadagnato in anni e anni di serate e produzioni per rimettersi in gioco con dei nuovi progetti, sviluppati alla Toughtless Music di Toronto. Un ritorno a casa in tutti i sensi, di cui abbiamo discusso con Noah durante questa intervista: un fiume in piena, una lunga e piacevole chiacchierata attraverso la quale Noah s’e raccontato, regalandoci anche una piccola playlist d’accompagnamento alla lettura.

Non rimane altro che Premere Play e goderci questo vis-a-vis amicale. Enjoy!

• Ciao Noah! Come stai? Vorrei domandarti di proporci una serie di brani che possano essere scelti come sottofondo per questa intervista, affinché i nostri lettori riescano a calarsi nella giusta atmosfera durante la lettura.

È tutto ok, grazie. Si potrebbe iniziare mettendo su il mio album “Third Culture”, se non l’avete già sentito, altrimenti qualsiasi cosa della Thoughtless potrebbe andar bene; dei più recenti remix consiglio Tomas Jirku su “Dirt Thief” di Deepchild, “Sleeper Grim” di Derek Marin, ”Sacred Ground” di Murr, il remix di Billy Dalessandro su “Terminal” di Android Cartel, “Legionnaire” di Rennie Foster, e “Time Will Tell” di Brian Johnson.

• Tu vivi a Berlino, giusto? Lo senti come un luogo di ispirazione per creare musica? Se sì, perché?



Non c’è dubbio che sia una città molto stimolante per i musicisti, per una serie di motivi. Berlino è sede di locali di classe mondiale,che promuovono un sound grandioso e il libero pensiero delle folle dedicate. La quantità di talento che vive qui mi spinge veramente a dare il meglio, e con così tanti produttori vicini che sono anche grandi amici… instaurare collaborazioni è irresistibile!

• Hai suonato musica per molti anni e sei un veterano della scena tech-house; sei stato chiamato per suonare in tutto il mondo, preferisci lavorare in studio o club? Qual è il miglior club dove hai suonato?

Io amo sia la produzione che l’esecuzione; è impossibile favorire una delle due, mi sento come se fossero processi distinti ma complementari. In studio è più un’avventura da solista, un viaggio nei regni inesplorati del potenziale sonoro, che conferisce un senso di scoperta e di creatività pura. Le performance riguardano maggiormente l’interazione con altre persone e con l’ambiente circostante al fine di creare momenti speciali per chi è coinvolto. Entrambe le situazioni sono molto gratificanti, e mostrano un similare risvolto meditativo di soggiogamento dell’ego, il quale si apre a qualcosa di più grande. Per quanto riguarda le prestazioni, se il sound è buono e la folla si dimostra open-mind è semplice mettere insieme una performance di valore.
I miei club preferiti dove sono stato in grado di esprimermi in un ambiente ideale sono il Panorama Bar e lo Stattbad qui a Berlino , e il Moog di Barcellona.

• Sono passati quattro lunghi anni dalla produzione del tuo ultimo album “Bling Alignments” , uscito su Thoughtless. Perché così tanto tempo per dare vita al tuo “Third Culture”? Quale significato ha il titolo?

Penso che un album dovrebbe riflettere un’espressione coerente con l’artista. È molto più facile rilasciare singoli ed EP che non richiedano un filo conduttore, quindi è palese che, a mio parere, gli album sono più di una sfida. Ho voluto cominciare questo progetto con un approccio fresco, assicurandomi che avesse un senso, raccontare una storia avvincente, e avere un tema distinto mantenendo la coesione stilistica del tutto - pur rimanendo abbastanza diversificata per tenere alto l’interesse per la durata dell’intero lavoro. Ci è voluto un po’ per ultimare tutto il materiale, ma alla fine sono stato soddisfatto del risultato.
Il titolo deriva da un termine sociologico che fa da riferimento alla mia giovinezza come a quella di un outsider e, inoltre, si ricollega al fatto di essere un immigrato, ora, a Berlino; al tempo stesso si ricollega a un libro riguardante la sintesi della scienza e delle arti che ha suscitato in me forte attrazione. Si tratta, oltretutto, di reinserire la cultura globale emergente in un contesto cosmico: non ci può essere cultura senza un ecosistema planetario che la sostenga - secondo natura - e non ci può essere un pianeta senza il cosmo in generale - così, la cultura viene per terza. Il cosmo è primo. Penso che portare la gente a contatto con la mutevole natura cosmica della realtà sia uno dei più alti potenziali a cui la musica possa ambire - quindi, perché non mirare a ciò?

• Apprezzo molto la tua scelta di lavorare con quattro diversi cantanti, ossia Anne Gallien, Deepchild, Marc Deon e Rosina di Toronto. Con quale di questi artisti ti sei divertito di più in studio?

È stato un piacere lavorare con tutti e con ognuno è stata un’esperienza diversa. Sono davvero contento di come tutte le collaborazioni si siano rivelate positive. L’album non sarebbe lo stessa senza di loro, questo è sicuro.

• Ora parliamo di “Circles & Circles” con Rosina e del remix di Joel Mull: hai scelto di promuovere questo come primo singolo del nuovo album e ci sono alcuni vocal soft molto belli, ma tu stesso hai dato rilievo ai tratti profondi e scuri della versione strumentale, presente sullo stesso EP; sembra quasi un cambiamento musicale per te. Dicci cosa è cambiato,è stata l’aria di Berlino?

Haha, sì, c’è sicuramente qualcosa nell’aria di qui! Come artista cerco sempre di crescere ed esplorare nuovi territori - all’interno dei parametri delle mie abitudini creative, penso si dica in questo modo. Sono perciò contento nel sentire di aver trovato successo producendo qualcosa di inaspettato. Per fare ciò avevo pronte le basi e volevo Rosina a cantarci sopra, ma lei aveva già impostato i vocal di “Circles e Circles” per una traccia differente e grezza - nonostante ciò li ho messi su questa traccia, solo per provare, ed ha funzionato perfettamente; il risultato è quello che potete ascoltare nel singolo. Conosco un sacco di dj che non sempre amano giocare sui vocals, è per questo che ho fatto la versione dub - e i remix di Joel sono in perfetto contrasto con la track originale, mettendo in evidenza gli elementi più scuri delle melodie e conferendo loro la possibilità di essere suonate in un contesto di vita notturna completamente diverso.

• Con il CD “Era One Mix” hai messo in vetrina molti talenti provenienti dal Canada e non solo. Sei strettamente legato alle tue radici, potresti dirci qualcosa dei tuoi inizi con la leggendaria “Fukhouse” Crew?



Ho suonato per molti anni a Vancouver e Montreal, dove vivevo all’epoca, sicché la Fukhouse mi ha offerto una dimora a Toronto. Per molti anni hanno realizzato notoriamente i migliori party techno in una grande città caratterizzata da una scena molto emozionante, piena di persone che si erano avvicinate alla techno e alla house nelle feste della zona di Detroit e del Mid-West - un pubblico molto ben istruito per il Nord America di quel periodo. Avevo alcuni amici intimi lì, quindi non ho potuto resistere all’offerta. Toronto è una città colorata con una scena vivace, e sono davvero felice di aver avuto modo di essere parte di essa.

• Prima che si concluda l’anno esce il tuo EP “For The Love Of Dog” frutto della collaborazione con Tim Xavier ed edito da Alphahouse, pieno di sub rombanti, loop vocali silenti e sequenze disynth arpeggiati. Come ti aspetti reagirà la scena underground a questo metodo di produzione?

Ad essere onesti, non ho mai cercato indizi su come il prodotto finale sarebbe stato accolto - ma sia io che Tim abbiamo già suonato le tracce nei locali ottenendo una grande risposta dal dancefloor, quindi mi aspetto che chi suonerà questi brani nel modo giusto potrà dirsi abbastanza soddisfatto del risultato.



• Il tuo set-up in studio è cambiato, album dopo album? Quale configurazione usi abitualmente?

Principalmente uso Ableton Live. Per la maggior parte di quello che faccio uso il setting originale, di cui mi piace assai usare gli effetti di Live 9 e Max per i dispositivi Live. Il Push è uno strumento compositivo incredibile e ha svolto un ruolo fondamentale nella produzione di “Third Culture”. Mi piacciono anche alcuni plug-in sperimentali come Aalto di Madrona Labs e Iris di iZotope, mentre per una sintesi rettilinea le macchine di Rob Papen e Arturia sono grandi.
Ho appena preso un Microbrute e sono felice di possedere un kit analogico in studio di nuovo, dopo aver lasciato molto in Canada.
Il segnale per il missaggio esce attraverso i miei speaker MOTU Ultralite e Dynaudio. Credo di avere un buon set-up, ma con tutti questi plug-in si capisce che ho ancora bisogno di un sacco di tempo.



• Com’è il tuo rapporto con la diatriba tra studio digitale e analogico? Come ti poni in veste di DJ a riguardo (mp3 vs. vinile)?

La mia filosofia generale è che non sono tanto gli strumenti ma ciò che fai per mezzo di essi, e a fine giornata la maggior parte delle persone si preoccupano più di quello sta venendo fuori dalle casse anziché di ciò che devono mandarci dentro. Detto questo, devi fare quello che ti piace e qualsiasi strumento è in grado di produrre risultati soddisfacenti, se nelle mani giuste. Ho plug-in digitali coi quali faccio cose incredibili che tramite un synth analogico non potrei mai riprodurre - ma amo la sensazione di “toccare il suono” e il calore espansivo degli strumenti analogici; apprezzo anche i loro limiti intrinseci che si pongono come una sorta di focus su ciò che si deve fare. Così si finisce per conoscere meglio lo scopo che si vuole raggiungere nel campo della produzione e, di conseguenza, si sceglie lo strumento più corretto per ottenere dati risultati sperati.
Tendo ad usare file digitali quando faccio il DJ, principalmente per la fiducia che ho nell’utilizzare i CDJ Pioneer. Ho suonato il vinile e mi piace ancora farlo, ma in qualche modo mi sembra un lusso durante periodi simili a quello attuale. Quello che non voglio fare è portare il computer nella cabina del DJ. Voglio dire - lo uso per un live set, ma mai per il DJing. Ho già trascorso troppo tempo a lavorare sul mio computer, l’ultima cosa che voglio fare è portarlo nei club con me!



• Stai già lavorando su un nuovo album? Siamo curiosi di sapere se dopo “Third Culture” ci sarà un quarto LP?



Ci sarà sicuramente un quarto LP - col tempo. Sto lavorando a un sacco di materiale per il momento, ma non ho ancora organizzato il tutto. Restate sintonizzati.


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