Peder Mannerfelt - The Swedish Congo Record



Peder Mannerfelt​

The Swedish Congo Record

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AICD04


published:

04 Maggio 2015

 

 


L’Africa è quel continente dove qualcuno sostiene che si possa provare a cercare le proprie origini, dove le persone possano percepire la natura della propria anima; culla della civiltà cosi come la conosciamo. Ed è proprio in questo luogo che ci si ritrova ascoltando l’ultimo album di Peder Mannerfelt che, non a caso, s’intitola “The Swedish Congo Record” e contiene la bellezza di 24 tracce, per circa un’ora di musica.

I brani sono indirizzati ad un ascolto pro, per usare tecnicismi, non consumer (per la massa). Non si tratta di un lavoro fatto per essere suonato nei club o durante un viaggio in auto, in quanto potrebbe risultare non propriamente facile da assorbire, o almeno non per tutti, dati i ritmi decisamente inaspettati e variabili, da “Batwa Pigmy Dance” fino a “Royal Watusi Drums”.

Questo disco è uno di quegli oggetti da possedere come reliquia per i massimi estimatori di Mannerfelt, ma di certo è molto difficile pensare di ascoltarlo con la stessa facilità di un qualunque album di elettronica. Il punto cruciale è che la musica non è sempre fatta per essere ballata o apprezzata in contesti simili; esistono anche stati mentali ed emotivi per i quali nascono sonorità più indirizzate a determinate condizioni mentali, come la meditazione o la rinascita emotiva attraverso i ricordi.

Se prendiamo ad esempio la colonna sonora che ha composto Trent Reznor (NiN) assieme ad Atticus Ross per i film “The Social Network” o “The Book of Eli”, dove tra le varie tracce troviamo “Panoramic”, inno alla dispersione interiore, ci rendiamo subito conto che si tratta di musica da accompagnamento visivo, fatta per essere ascoltata nella propria camera. Ecco, questo album sembra esser stato concepito proprio per essere ascoltato in determinate condizioni e determinati stati emotivi, che richiedono una sorta di isolamento personale piuttosto che auto indotto.
Non è un album per tutti quindi, anzi, ma è molto importante che ci siano anche progetti come questo, in grado di rammentare a tutti che i confini sonori introspettivi non sono ancora stati delimitati. Un intero progetto appartenente ad un genere indefinibile, che nel suo insieme si denota come un lavoro molto ricercato, interpretabile certo, ma non scontato e semplice.

Fate voi tutte le considerazioni del caso, ma sicuramente non prima di aver ascoltato attentamente questo lavoro insolito; e che noi di Tsinoshi Bar non potevamo lasciare nel caos produttivo odierno.