Inconfondibile, dallo stile riconiscibile e peculiare, “Immunity” è il quarto album da solista di Jon Hopkins, uno di quegli artisti che fa dell’unicità una delle sue pregorative.
Se il precedente album (“Insides”, 2009) era permeato di sonorità luminose e rassicuranti, non si può certo dire la stessa cosa per questo ultimo lavoro dell’artista britannico, “Immunity”, un vero e proprio inno alla notte, alla metropoli decadente e malinconica con la sua immobilità e le sue concitazioni; un viaggio attraverso luoghi illuminati da luci artificiali e intermittenti che spezzano in maniera compulsiva la staticità del buio.
Nella prima parte dell’album si ha la sensazione distinta, fin dai primi minuti di questa prima parte, di immergersi con tutto il corpo in un “rave malinconico”, prendendo in prestito un’espressione riportata dai Port Royal durante uno dei loro live: le sonorità si avvicinano, non senza un approccio simil-traumatico, moltissimo alla techno, genere nel quale il nostro Jon finora non si era mai spinto in maniera così estrema nei suoi pezzi.
La prima traccia “We disappear” fa da battistrada per la successiva “Open Eye Signal”, un vero e proprio tappeto deep-techno convulso e febbrile da ballare con testa bassa calpestando i calcinacci della propria esistenza fatta letteralmente a pezzi. Si prende un attimo di respiro con “Breath this air”, in cui la progressività tech viene accompagnata da un pianoforte in sonorità classica, per poi ripiombiare nell’ossessività martellante e ipnotica nei nove minuti di “Collider”.
La seconda parte dell’album, invece, risulta essere più rilassata e introspettiva: dopo essersi avvitati su distorsioni oscure e spiazzanti, ci si avvicina maggiormente ad atmosfere ambient-drone, delle quali sono splendido esempio sia “Abandon Window” che la title track “Immunity”, accompagnata dalla voce eterea di King Creosote. Qualche scampolo di distorsione sintetica si vive ancora con “Form by Firelight”, dove si può azzardare un avvicinamento alle visioni sonore di “Eyen” dei Plaid, che però non intacca il dolce trasporto introspettivo di questa seconda parte, chiusa, assieme alla già citata “Immunity” dal chill-out di “Sun Harmonics”.
Album di pura emozione, pregno di complessità e originalità, ricco di mille sfaccettature, non rimarrete certo “immuni” alla bellezza di quest’ultima fatica firmata Jon Hopkins.
Perché, di fronte alla messa a nudo delle zone più insondabili del nostro mondo interiore, non si può restare inermi.