C. Palmer torna su Deep Medi Muzik e lo fa con un nuovo, fresco ed attesissimo album. Chi è C. Palmer, vi chiederete? Semplice: è Swindle. Cos’è Deep Medi Muzik, invece? Quante domande fate!? Leggete e risponderò a tutto!
Artista dalla dubstep elettrica, vivace, e ricolma di riferimenti colti, Swindle comincia a girare, da semplice artista autoprodotto nel 2007. Due anni dopo, grazie alla qualità dei suoi lavori, è già su planet Mu (etichetta di quel genio di Mike Paradinas), inizio di una carriera dal peso specifico molto alto costruita swingando tra Butterz e, appunto, Deep Medi Muzik.
La label di Mala, invece, è storia del genere: primo esportatore (con Skream, Benga e compagnia bella) delle sonorità dubstep con il progetto Digital Mystikz, Deep Medi Muzik ha ospitato nel tempo il Gotha della scena inglese diventato vera etichetta di culto al pari di Dmz e Tempa Records.
Fatto questo brevissimo excursus e chetata un pelo la vostra voglia di fare domande, veniamo all’album: “Long live the Jazz”, 13 tracce per 43 minuti di durata, interrompe un silenzio, per quanto riguarda il long play, che l’artista inglese manteneva dal 2009. Un’attesa lunga che, ora possiamo dirlo, è valsa “la spesa”.
Ogni traccia sembra colmare il gap tra le due “anime” di Mr. Palmer: da un lato un background fuori dal comune, composto negli anni da un pizzico, qui, di George Clinton ed un scampolo, li, di Roy Ayers e Parliament Funkadelic; dall’altro la voglia di spaccare tutto, di demolire barriere architettonico-musicali, costruite da decenni di 4/4 ed organetti, con la “controcultura del XXII secolo”, con il Grime, con la bass Music, con il Dub. Con il rumore, insomma.
Non c’è una traccia più bella o più valida dell’altra, è un album da ascoltare tutto, premere play e lasciar scorrere: giri l’angolo e c’è un campione strappamutande che ti fa shakerare, ne giri un altro è c’è un wobble grosso come King Kong sull’Empire State Building. Eppoi la cura nell’arrangiamento, la fantasia e l’estro nel trovare qualcosa che sorprende, traccia dopo traccia, sempre un pò di più (dal “go ahead!” di Long Live The Jazz al phone ring di “Phone Me”) senza ovviamente tralasciare il gusto nella scelta degli strumenti e dei suoni.
Ed ancora, le collaborazioni vocali, in questo “Long Live The Jazz”, sono davvero eccellenti: le splendide voci di Nadia Sullivan, Sam Frank e Terri Walker sono perfetto accompagnamento al grezzume di synth e wobble, per non parlare delle lyrics grime-style di Footsie! Insomma, riassumendo il tutto, “Long Live The Jazz” è un album stupendo perché esteticamente perfetto, ricercato, potente ma “classy” nel suo coniugare, fianco a fianco, tocchi soul & funk, beat infuocati, e bassi urlanti.
Ebbravo Swindle! Una volta tanto possiamo dire che un artista si fa aspettare a ragione. Mica come certi altri robot…
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