Quest’articolo non doveva essere così come lo vedete ora. E c’è pure da immaginarselo, non senza una velata malizia maligna.
Spiegare, rendere concetti e “visioni” attraverso le immagini credo sia più difficile rispetto al raccontarlo verbalmente, sia in forma scritta che orale. Il motivo se ci pensate è lampante: partendo dal presupposto che è impossibile “non comunicare” (ah, quanti ricordi dell’università!), parlare è un atto naturale. O almeno, lo è molto di più, nella maggior parti dei casi, del fotografare.<
“Bravo Andy, allora perché ci parli di una festa tramite le immagini? Chi ti credi di essere? Forse lo fai perché musicalmente non hai niente da dire sull’evento?”: i maligni sono sempre in agguato. Ma noi una risposta gliela si da molto volentieri.
I ragazzi di Soho hanno oggettivamente spaccato tutto, anche questa volta: hanno portato a Verona l’ennesimo pezzo da novanta della scena danzereccia europea, quel San Soda polemicamente nell’occhio del ciclone per la sua avversione verso il vinile in quanto “feticcio nero”, che come era prevedibile ha messo in campo un knowledge tecnico ed una cultura musicale da fare invidia a tantissimi altri in giro per l’Europa. Oltre che, chiaramente, a far ballare la solita torba festante e sempre più nutrita di “party heads” che oramai hanno capito l’antifona e al Soho, che ci sia Kyle Hall o i Session Victim, ci vanno perché è bella la festa. Come testimonia il video qui sotto.
Questo articolo però, dicevo all’inizio, non doveva essere così. Usare la “favella”, come direbbe Dante, è più semplice per me, ma non è detto che lo sia in ugual modo per qualcun altro. O altra, non stiamo qui a far del sessismo spiccio, per favore.
Magari questo qualcun altro trova più confortevole comunicare tramite un obiettivo, si sente più a suo agio nel raccontarci quello che vive e che pensa tramite un immagine, attraverso un flash, uno zoom, una macchina fotografica. E siccome anche loro -anormali eh!- non riescono a non comunicare, proprio non ce la fanno a “stare zitti”, ad omologarsi, a piegarsi alle “leggi del mercato” che, oggi più che mai, vede protagonista l’oggetto fisico più del Soggetto.
Quattro giorni fa mi arrivano le foto dell’evento fatti per noi di Tsinoshi Bar da Lara Ferrari, fotografa ufficiale di Soho. E faccio sobbalzo davanti al pc. E vi spiego pure perché, mi sembra dovuto.
Sono in bianco e nero. Tutte. Otto foto di una festa con San Soda in bianco e nero. San Soda non fa techno berlinese, fa house: il cliché musicale quindi è evidentemente in contrasto, apparentemente. O meglio, lo è apparentemente per me, che parlo di musica e sicuramente non immagino un mondo in chiaroscuro quando sento suonare San Soda. La musica è stata incredibile, la festa imballata e festante. Perché allora bianco e nero, cazzo?
Sono un po’ nel periodo bianco e nero, secondo me le foto bianco e nero son tutta un’altra storia, hanno un fascino diverso. Poi si, ovviamente per il posto e per il genere musicale…mi sa più da club intimo…”
Club Intimo? Con 1000 e passa persone che fan casino ad ogni drop? Spiegati meglio per favore??
Andre è il contesto. Zona industriale, luogo chiuso evidentemente e volutamente buio, quindi le foto a colori non verrebbero mai come quelle all’aperto. Ci sarebbe bisogno di un flash ancora più potente….”
Aaaah, allora non sono solo i musicisti a vivere di feticci!
“Andre lascia perdere quello! Non capisci? E’ questione di attitude! Non voglio assolutamente dire che il Soho sia underground perché, capirai!, è un termine che oggi ha finito per essere inutile ed odioso tanto è inflazionato. Però è l’attitudine che fa la differenza. Ed io l’ho percepita con San Soda; l’ho percepita a tal punto da vivermi una festa da 1000 persone come se fosse intima, unica nel suo genere. E ho fatto elle foto in quel mood, comprendi?”
Eh, comprendo si, cara Lara. Comprendo quello che ci vuoi dire, quello che vuoi dire a me, che forse scioccamente ho domandato qualcosa che, sotto sotto, avevo capito e che, guarda caso, non essendo io questo grandissimo esteta dell’Immagine stavo inconsciamente mascherando sotto il tappeto del dubbio.
Comprendo che, lentamente e quasi senza accorgersene, quello splendido andamento lento chiamato coinvolgimento emotivo si sta insediando nella mentalità di chi, andando al Soho, non va ad una festa ma va ALLA festa, quella alla quale non ci si sente mai di passaggio ma come se si fosse a casa propria, con gli amici che suonano e quelli che ballano, quelli che vengono da lontano, famosi o meno che siano, e quelli che abitano dietro casa, in città, che ogni volta ci mettono voglia di far conoscere, di tirare in mezzo, di coinvolgere ancor prima di divertirsi loro stesso facendo girare qualche disco.
Comprendo che ognuno esprime quello che sente, in questo caso davvero positivamente, e lo esprime come più naturalmente si sente di esprimerlo: chi viene alla festa e balla, chi viene alla festa e mette della gran musica e chi, come te Lara, viene alla festa, al Soho, e fa le foto. In bianco e nero, perché è così che vedi la bellezza di Soho. E, alla fine di tutto, comprendi che è giusto farlo notare e, per una volta far passare un messaggio di bellezza ed unità progettuale, quello del Soho, che passa anche attraverso l’immagine.
Forse forse è giusto anche che ci collabori Tsinoshi Bar.
Un prodotto da esportazione: questo dovrebbe diventare il Soho. Please, Use the Dancefloor!