Detta senza mezzi termini: il TPO è uno di quei luoghi che mi fa sentire orgoglioso di avere scelto Bologna come città dove mettere radici. Confesso che non lo frequento molto spesso in veste di appassionato di musica per un problema dovuto, più che altro, a sopraggiunti limiti di età. Ma se mi ritrovo a frequentare il TPO come foto reporter, cosa che ho fatto in questa occasione per la prima volta per Tsinoshi Bar, sono il foto reporter più felice della via Emilia.
Una delle cose che apprezzo di più di questo posto è la capacità della sua direzione artistica di proporre un’ampia varietà di generi musicali sempre di qualità e sempre al di fuori del mainstream. Sono molto attenti alla scena rap internazionale, ad esempio alla fine del 2014 hanno ospitato Talib Kweli. Ricordo bene quel live, meraviglioso. Al TPO sono capaci di valorizzare artisti difficilmente riconducibili a categorie comuni, come ad esempio Ghostpoet: passato ad Aprile scorso, ha fatto un bellissimo live; ricordo che alla fine del concerto non è andato dietro le quinte, è semplicemente sceso dal palco in mezzo alla gente ed è andato a prendersi una birra al bar. Non sono mai avari delle cose più particolari in ambito indie rock nazionale: recentissimo un live del Teatro degli Orrori: fantastico, Capovilla volava sopra la mia testa e atterrava sul pubblico, il pubblico volava sopra la mia testa e atterrava su Capovilla … che meraviglia fotografare il rock.
Ovviamente nella programmazione del TPO trova il suo spazio anche l’elettronica, e questa serata dedicata agli Aucan e a Godblesscomputers ne è stato un indubbio riscontro.
Apre la serata il DJ set di Green Everywhere che, confesso, non conoscevo. Alle 22 eravamo ancora in pochi lì dentro, ma il warm up funziona molto bene. Green Everywhere ci accoglie con una techno-elettronica gentile, piena di classici. Una coccola. La sua pagina facebook recita: “Madly in love with melodies on techno vibes”: confermo, si sente! La descrizione non potrebbe essere più azzeccata. Un po’ distratto dalle chiacchiere con le persone che erano lì con me nei pressi del pit, riconosco il remix di Kruder & Dorfmeister di “Useless” dei Depeche Mode, “A New Error” dei Moderat, classici di questo calibro. Potete portare il vostro capufficio con voi in una situazione così, no problem. Si fanno le 23 in un niente, e G.E. alza i BPM. La gente è carica e lo segue. Lui lo sente, osa un pochino di più, il set funziona, il pubblico c’è e si diverte con lui.
Tuttavia il tempo corre: nel frattempo, mentre lui ancora suona, gli Aucan salgono sul palco e iniziano a preparare il loro allestimento, un po’ defilati alle spalle di Green Everywhere che non sembra essersene accorto e che continua con la sua selecta. Fonici, tecnici, il gruppo, tutti sul palco ad aspettare lui, che però non dà cenni di cedimento e continua ad incalzare una platea che indubbiamente apprezza il messaggio. Deve intervenire la mitica Flavia del TPO. Flavia è l’Istituzione del posto, è il Dominus. Flavia, con massima discrezione e grande tatto, si avvicina a lui da dietro e sussurra qualcosa al suo orecchio. Dopo pochi minuti lo show ha termine e partono gli applausi. Grazie Green Everywhere, verrò a sentirti di nuovo se capita.
Ecco gli Aucan: l’allestimento è completo e loro sono pronti a partire. Accidenti, e la batteria? Dove sta la batteria? Realizzo che abbiamo a disposizione solo 2/3 degli Aucan, manca la batteria. Penso che l’assenza di uno strumento sul palco, in qualche modo faccia presagire il mood del concerto, che poi si presume sia quello di “Stelle Fisse”, il terzo e ultimo album degli Aucan uscito pochi mesi fa: ci aspetta qualcosa di decisamente più elettronico dei due album e degli EP precedenti.
Gli Aucan iniziano suonando una nota, la nota di un basso. Questa nota arriva prepotente e caparbia, accompagnata da una specie di campana tibetana sottofondo. Il volume è molto più alto di prima. È tutto buio, c’è solo una scritta rossa sullo sfondo, in stampatello maiuscolo, lapidaria e asciutta: AUCAN. E c’è uno strobo che fa flash ad una frequenza bassissima, tipo non più di due lampi al secondo. Passano 5 minuti e la nota continua. La gente si concentra ancora di più a ridosso del palco. Tutti sono in attesa di un’esplosione, di un’entrata, che però non arriva mai. Passano dieci minuti. Mi viene in mente l’attacco di “Crisis” e penso: ora partono. E invece niente. Quindici minuti. La gente inizia a spazientirsi, a vociare. Ma loro se ne fregano, vanno avanti, la nota di basso con le campane tibetane prosegue inesorabile. Venti minuti. “Come si fa a proporre una intro fatta da una nota lunga venti minuti in una serata in cui devi suonare un’ora?” penso fra me e me. Che problema c’è: si può! L’amica della mia amica, che stava vicino a me proprio a ridosso delle transenne del pit, vede che sono vicino a dei cavi di alimentazione elettrica poggiati sul palco e mi urla: “Stacca le spine!!”. Buio pesto, e con questo cavolo di strobo è impossibile fotografare alcunché. Venticinque minuti. Ad un certo punto una bestemmia potentissima partita da poche file dietro di noi sovrasta i decibel della nota eterna. Niente, loro vanno avanti imperterriti con la loro nota di basso condita con flash di strobo a frequenza < 2Hz.
Dopo poco meno di 30 minuti, iniziano a suonare. Meno male.
Parte uno show decisamente elettronico. Piacevole, preciso, incazzato e potente. La voce è distorta in un modo così intenso che non so nemmeno se tutti qui si rendono conto che c’è uno che sta cantando. Ne mancherà anche un terzo di questi Aucan… però caspita se sono potenti. Show elettronico sì, ma attenzione: non c’è alcun laptop in giro, niente mele luminescenti mal celate da cerotti e adesivi, niente computer: solo synth e campionatori. Sembra l’antitesi di ciò che seguirà, eppure si capisce che c’è una certa coerenza. Gli Aucan sono il gruppo che all’inizio ha fatto synth rock, ma non solo; post-dubstep, ma non solo; ora fa elettronica, ma non solo. Ecco, secondo me la cosa bella degli Aucan è proprio il “ma non solo”: è la contaminazione, è la capacità di sperimentare in terreni sempre nuovi e di saperli interpretare sempre in modo personale. Durante lo show credo abbiano ripreso molto da “Stelle Fisse”, ma hanno suonato anche “Crisis” (il singolo che li ha resi celebri, nel 2010, il cui video è stato girato da Giulio Ragno Favero del Teatro degli Orrori) e probabilmente qualcosa da “Black Rainbow” del 2011. Niente, io dentro ci sento di tutto, da Steven Wilson a Burial. Bravissimi. Peccato per la batteria, però.
Lo show dagli Aucan si chiude verso l’una di notte. In attesa che venga allestito il set di Lorenzo Nada aka Godblesscomputers, il TPO mette su i Nine Inch Nails. Non è la prima volta che in un intermezzo mettono i NIN, ma mai come questa volta la scelta suonava coerente ed appropriata.
Nel giro di pochissimo arriva Lorenzo, accompagnato dal suo benedetto computer. Di fianco a lui c’è l’asta di un microfono, pronta ad accogliere la bravissima Francesca Amati, che ha collaborato con lui in “Plush and Safe”, suo ultimo album e buon successo del 2015.
Lorenzo fa un live set impeccabile, riprendendo quasi tutto dalla sua ultima fatica. All’inizio fa una cosa inaspettata che ho gradito moltissimo: partito col primo brano, fa un mashup lungo qualche minuto con un campione dei Beastie Boys. Tecnicamente impeccabile, come ormai ci ha abituati. Bello per vari motivi: perché siamo al TPO ad esempio, che è un posto che al rap ha dato sempre tanta importanza; perché Godblesscomputers arriva da lì, dal rap e dall’hip hop. Lo ribadisce spesso, glie l’ho sentito ripetere in quasi tutte le interviste che ho sentito. È stato un bel gesto, che ha aiutato a ricordare e valorizzare le origini. Che dire di più: è stata una buona performance e lui si è preso una bella soddisfazione, suonando a casa sua, in un posto a cui è sicuramente molto legato fin da quando era (ancor più) giovane. È bello vedere quanta popolarità ha acquisito questo producer nella sua città adottiva: la platea era in visibilio, è stato applaudito e osannato in modo trionfale. Bene così. I maligni dicono che “Plush and Safe” l’ha copiato da Bonobo? Che la copertina l’ha ripresa dai Sigur Ros? Chi se ne frega: lui è bravo, il disco è bello e la gente è contenta.
Francesca Amati ha cantato solo due pezzi: peccato! È brava, ha una voce calda e una presenza scenica di un’altra categoria, e l’accoppiata con Godblesscomputers funziona molto bene. Dovrebbero presentarsi sul palco insieme più spesso.
Alla prossima, buona visione della gallery fotografica. God bless TPO, as well. #Enjoythebar.
— Pics & Words by Giorgio Lamonica. —