A Tribe Called Quest - We Got It From Here… Thank You 4 Your Service


A Tribe Called Quest

We Got It From Here… Thank You 4 Your Service

Epic / Sony Music

Unknown


published:

Novembre 2016

 


Gli album di ritorno sono ciò che di più complicato e controverso possa esistere nella carriera musicale di gruppi ed artisti di fama interplanetaria, per gli A Tribe Called Quest poi, le circostanze rischiavano di compromettere ulteriormente il ritorno in studio dopo 18 anni di assenza ingiustificata.
Le cose, brevemente, sono andate così: scioltisi nel ‘98 per interminabili dissapori tra Phipe e Q-Tip, gli ATCQ cominciano a comparire dal 2006 in poi, per sporadiche comparsate in festival d’eccezione e noti show televisivi del palinsesto americano. È proprio la partecipazione ad uno di questi show, il “Jimmy Fallon”, a far ribollire il sangue nelle vene dei quattro del Queens che, estasiati dal calore del pubblico, decidono (quasi) seduta stante di riunirsi e fare nuova musica. C’è da dire che in più occasioni Phipe aveva pressato il resto della Tribe a tornare in studio ma per gli altri i tempi non erano ancora maturi; forse avevano ragione, forse avevano solo timore del salto nel vuoto. Sta di fatto che dopo otto anni sono di nuovo in studio, tutti insieme e senza più dissapori. A Marzo 2016, però, succede il peggio: Phipe muore per complicazioni dovute al diabete, è caos! Oltre al profondo dolore che avvolge il mondo della musica e gli innumerevoli fan degli ATCQ, un quesito scottante e cinico trapela lentamente: “Cosa accadrà ora?” Il ritorno in studio è già stato annunciato e sono in molti a temere ripercussioni sull’attesissimo lavoro della Tribe riunita.

A Novembre 2016 senza troppo rumore esce We Got It From Here… Thank You 4 Your Service! e il dubbio istantaneamente svanisce: gli A Tribe Called Quest sono tornati, come prima, più di prima e sfortunatamente per l’ultima volta. Chi si aspetta un commiato al neo-defunto Phipe e/o un nostalgico ed imbarazzante album tristemente old-school rimarrà profondamente deluso - o felicemente sorpreso.
Premi play e alla prima traccia è già tutto chiaro: dopo solo quaranta secondi la testa comincia ad oscillare il suo consenso. Il flow è cosi stretto da farti scendere una lacrima e salire un brivido in synch, il beat così esatto da fare imbarazzo, i sample sembrano cuciti dallo stilista più nero e più cool del globo. “Vabbe, sarà la prima traccia acchiappa-consensi!” ripeti nella tua testa per non rimanere tristemente deluso. Non fai in tempo a formulare quest’infimo pensiero che, veloce come un razzo, parte We The People…, qui è il delirio: aggressività nel beat, liriche affilate come rasoi incandescenti, Q-Tip e Phipe in stato di grazia, Phipe così tanto da farti pensare che forse un po’ di ragione l’aveva nel rivendicare spazio all’interno dell’economia del gruppo. Mentre pensi questo senza accorgertene passi a Whateva Will Be, non ti sei distratto: le tracce sono legate e lo sono anche gli intenti. In We The People… la Tribe ci va giù pesante sulle idee del neo-presidente Trump e non fa niente di diverso nella traccia seguente dove, insieme all’impeccabile Kendrick Lamar, mette a tappeto razzisti, bigotti, moralisti e puritani.

Vorresti prendere fiato ma niente da fare, senza soluzione di continuità si passa a Solid Wall of Sound. Su questo pezzo ci sarebbe da scrivere un articolo a parte, partendo dai featuring presenti all’interno (reali e/o campionati), passando per i versi, il beat e tutto il resto. Nella maniera più riassuntiva possibile si può dire che questo pezzo suona come il Queens, la Jamaica e l’Inghilterra messi insieme. Questo perché all’interno coesistono presenze scottanti come il sempre fedele e devoto Busta Rhymes, Elton John, altro amico fedele ma meno scontato - presente sia fisicamente nei cori che virtualmente al piano - e un inaspettato Jack White alla chitarra e ai cori. Badate bene: nessuno fa il protagonista o la prima donna e tutti prendono parte umilmente all’amalgama generale. Ultima cosa da non sottovalutare è che qui Q-Tip, oltre a dare dimostrazione della classe con cui compone versi e incastra rime, si cimenta egregiamente con basso, batteria e tastiere. Proprio questo connubio tra campioni e roba suonata conferisce un sound fresco e corposo a tutto l’album. Del resto è dagli anni ’80 che gli ATCQ nobilitano l’Hip Hop arricchendolo di preziosismi ritmici Jazz e contenuti lirici impeccabili.

Con Dis Generation arriviamo ad un altro punto nevralgico dell’album: al posto di fare gli spacconi e crogiolarsi sugli allori dei tempi che furono - parliamoci chiaro, stiamo parlando di gente che se lo potrebbe permettere, gli ATCQ tributano alcuni colleghi di nuova generazione ritenuti validi dalla Tribe; altro preconcetto sull’album spazzato via in men che non si dica (siamo solo alla quinta traccia e tutto quel che di brutto è stato ipotizzato e detto prima dell’uscita, cade vertiginosamente). Per il commiato dobbiamo aspettare addirittura la decima traccia (o più precisamente il secondo brano del secondo capitolo) Black Spasmodic per sentire Q-Tip ricordare il socio e compagno d’armi in una rima: «Through mixing chords and boards and even drum machines / He be saying, ‘Nigga, fuck awards, keep repping Queens» - ti viene la voglia di urlare al creatore il più sonoro perchèèè luiiiii, prendi meeee della storia, altro che commiato!

La provocazione e la denuncia sociale non smettono di esistere e gli ATCQ non perdono occasione di far notare a tutto il loro pubblico, vecchio e nuovo, che gli U.S.A., fedeli alla linea, sono immischiati in (quasi) tutte le guerre del pianeta. Questo succede in The Killing Season dove, oltre all’esatta compresenza di Consequence (altro compagnone della Tribe) e Talib Kweli, troviamo anche il featuring composto di Kanye West che educatamente rimane compito e conciso nell’hook del brano. C’è da sottolineare un paio di volte che molti degli artisti sopracitati e altri ancora (Andre 3000, Marsha Ambrosius, Anderson Paak) hanno contribuito all’album senza pretendere di essere accreditati (addirittura anche Kanye), questo perché gli ATCQ hanno sempre goduto del rispetto e della stima incondizionata degli addetti ai lavori di questo show chiamato Hip-Hop. In effetti, non è da tutti rispuntare dopo 18 anni come se ne fossero passati due e mandare di nuovo tutti dietro ai banchi! Non solo: vuoi mettere l’onore di partecipare al capitolo conclusivo di una delle band che ha cambiato le sorti della musica? In Lost Somebody Katia Cadet ci porta a quelle lacrime a lungo rimandate con i versi «Have you ever lost somebody? / Way before ya got to dream? / No more crying, he’s in sunshine» e sembra prendere in prestito il contenuto delle parole di White che in un’intervista al NY Times disse: «Fare quest’album lo ha ucciso» riferendosi all’amico e socio Phipe. «Lui però era molto felice di andarsene in questo modo» ha aggiunto. Quindi perciò «No more crying, he’s in sunshine». Se ne è andato come voleva andarsene! Qui però torniamo al discorso interrotto bruscamente ma volutamente: vuoi mettere cos’è significato per tutti quei guest aver potuto anche solo comparire virtualmente nell’ultimo gioiello che una band come gli ATCQ e un artista devoto alla musica come Phipe hanno regalato alla storia della musica tutta? Chi altro mai più donerà la sua vita per una cosa chiamata Hip Hop? Mi dispiace, tutto questo non ha prezzo!

 

Stefano Calvanese